Una Terra che è una grazia

January 22nd, 2008

A distanza di 10 giorni dal mio ritorno dalla Terra Santa in occasione del pellegrinaggio organizzato dal Fiac ( Forum Internazione di Azione Cattolica), il ricordo di questa esperienza mi dà sempre gioia e nello stesso tempo mi commuove! La frase che più ripeto a chi mi chiede “com’è andata?” è questa : “Che fortuna avervi partecipato… che grazia e che dono ho ricevuto dal Signore!”.
Questa gratitudine nasce da come si è svolto il pellegrinaggio, dalle persone conosciute, appartenenti a 26 paesi sparsi nel mondo, dai racconti ascoltati direttamente dalla voce degli abitanti palestinesi di Betlemme e di Taibeh, dall’accoglienza e ospitalità ricevuta dalla famiglia Baboum di Betlemme e Abou Hatoum di Nazareth e dalla felicità di poter camminare sulle strade percorse 2000 anni fa da Gesù, dagli apostoli e, ancor prima, dal popolo di Dio!
Sull’aereo che il 6 gennaio mi riportava a Genova, ho sentito subito la mancanza della comunione vissuta insieme agli altri pellegrini di tanti colori, lingue e costumi diversi, ma animati da un’unica fede che ci ha accomunato nella preghiera e che mi ha fatto sperimentare come la famiglia umana possa essere comunità di pace!
Eppure l’inizio, il 28 dicembre, non era stato dei migliori: “abbandonata” in aereoporto a Genova dal delegato sanremese, colpito da una brutta influenza, agitata per la partenza, ho avuto parecchi contrattempi prima di partire da sola verso Fiumicino! Ma appena arrivati in aereoporto gli amici dell’AC, soprattutto Luca, il responsabile dei giovani liguri, non mi hanno fatto sentire a disagio!
E poi quanti controlli personali e al bagaglio prima dell’imbarco per Israele e, nonostante ciò, la triste scoperta, alle 3 di notte, dello smarrimento del mio sacco a pelo!!
Ma, da donna ligure “coraggiosa”, non mi sono lasciata abbattere e con la solidarietà di alcuni dei 150 pellegrini e la disponibilità ad essere ospitata in famiglia, tutto si è risolto! E così le giornate in Palestina, con base al Catholic Action Cultural Center (CAB) di Betlemme, a Gerusalemme sono volate tra preghiere, meditazioni (l’itinerario biblico è stato guidato da padre Daniel Attinger, monaco di Bose, della comunità di Gerusalemme, che ci ha guidato sul brano di Giovanni 1.14: “Il Verbo si è fatto carne, ha piantato la sua tenda in mezzo a noi e noi abbiamo visto la sua gloria”), visite ai luoghi santi e incontri con realtà sociali e comunità religiose.
Quanti volti e quante testimonianze ascoltate, ognuna volta ad intessere una rete di conoscenze, per poi gettare ponti di fratellanza tra le diverse realtà diocesane o nazionali e la Terra Santa. “In realtà non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti! Senza riconciliazione degli animi non ci può essere pace” (Giovanni Paolo II, 2003) .
Ecco allora il significato del logo del pellegrinaggio, che esprime il desiderio e l’impegno dei giovani di AC di costruire ponti e non barriere, tra culture e religioni diverse!
Ed ecco ritornarmi alla mente il ricordo più brutto del pellegrinaggio, quando al check point di Betlemme, il 30 dicembre, i ragazzi palestinesi che si sono uniti al nostro pellegrinaggio, con regolare visto per andare a Gerusalemme, vengono invitati a scendere dal pullman con uno “sfottò” da un loro coetaneo israeliano e armato, per essere interrogati e controllati… Quanta tristezza e rassegnazione nei loro giovani occhi, quanta impotenza in noi “occidentali”, il cui passaporto ci salva dal controllo dei soldati e dall’attraversamento a piedi del muro, attraverso cupi corridoi e stornelli alti 2 metri! Samer, il ragazzo che mi ha ospitato a Betlemme, mi ha confidato come, sceso dal pullman, ha sentito il suo stomaco stringersi e contorcersi… Che sofferenza per un giovane cristiano studente di 21 anni! E noi, fortunati a vivere liberi e con una certa agiatezza, siamo chiamati ad essere vicini a questi fratelli nella fede, per non farli sentire soli nel loro credo, quello cristiano, in forte minoranza rispetto a quello musulmano ed ebraico.
Un ultimo pensiero, che mi è nato nel cuore da qualche giorno: vorrei tornare il prossimo anno con tanti amici della mia parrocchia, della mia associazione, della mia diocesi… Vorrei far “sentire” direttamente, a chi ha ascoltato i miei racconti in questi giorni e a chi legge queste poche righe scritte male, che la “Terra Santa, terra contesa e insanguinata che reclama pace e giustizia, è una grazia per tutti!”. L’invito è rivolto a tutti.

Maria

Dalle nostre contraddizioni alla Sua profezia

January 14th, 2008

“La Terra Santa secondo noi non è di arabi, non è di israeliani. La Terra Santa deve essere per tutti!”

È da quasi una settimana che porto nel cuore le parole di Samuer (ma lui preferisce farsi chiamare semplicemente Sam), un giovane di 22 anni di Betlemme; è tra i pochi che mastica un po’ di italiano. Mentre sul pullman ci spostiamo per andare al Santuario della Natività è lui a darmi la chiave di lettura più bella della mia esperienza di pellegrinaggio: una terra che non è di qualcuno, ma che è chiamata a essere una grazia per tutti.

I nostri passi in questa terra penso siano stati per me un vero segno di speranza, anzi di profezia. Non è facile oggi indignarsi, siamo così abituati alle ingiustizie, ai soprusi, alla prepotenza, che – ahimè – a volte diventiamo un po’ assuefatti. Eppure il muro che separa Betlemme da Gerusalemme mi riempie il cuore di tristezza, mi offende. Mi lascia con l’amaro in bocca quel soldato, poco più che adolescente, che sale sul nostro pullman, dà un rapido sguardo ai nostri passaporti e poi chiede ai nostri amici di Betlemme di scendere per essere interrogati e controllati. Trovo poco matura la scelta di costruire un muro che separa le persone per risolvere i conflitti. E mi fa sentire ancora peggio vedere che il giorno seguente i ragazzi di Betlemme scendono prima al check point, a piedi, per non farci attendere sul pullman. Per loro sembra ‘normale’ la trafila secondo la quale non possono essere trattati come noi.

Continuo a masticare le parole di Sam durante il pellegrinaggio, mi tornano in mente quando al check-in di Tel Aviv, mi si chiede di aprire la valigia, ricevo una raffica di domande su eventuali regali, amici palestinesi e per ogni oggetto mi si chiede se ho pagato per averlo. Devo mentire. Mi hanno spiegato che devo dire che ho avuto sempre con me la valigia, che tutti gli oggetti al suo interno sono miei, che abbiamo alloggiato a Casanova e non nelle famiglie… E mentre do le ‘risposte giuste’ al poliziotto che mi interroga, mi sento terribilmente infastidito e offeso dalla sua invadenza nella mia valigia e nella mia sacca. Mi torna il pensiero a Sam, e ai ragazzi di Betlemme – che, non potendo entrare in aeroporto per salutarci, abbiamo appena lasciato su un’autostrada dove il pullman andrà a riprendere dopo un po’ – mi sento loro fratello.

È davvero una terra di contraddizioni quella di Gesù, la città di Gerusalemme ne rappresenta il segno più forte: dai quartieri benestanti israeliani, all’affollatissimo suq (ricordo un lungo giro con delle cassette di pane), al poverissimo quartiere armeno,ai luoghi sacri incastonati nel groviglio della città e divisi al loro interno.

Se qui dici ecumenismo non parli di un ufficio come quello delle nostre curie, qui è davvero l’intreccio quotidiano di tante realtà; dopo aver lasciato il Calvario don Adriano dice: “E’ significativo vedere come i cristiani restino divisi anche sotto la croce di Cristo”.

Sono divisioni ‘territoriali’ degli spazi sacri, ma restano lì dentro le mura: Elias e la sua famiglia sono cattolici di rito melchita, hanno sempre una croce al collo a vista. All’inizio non avevo prestato attenzione, ma in effetti quella croce ha un valore diverso rispetto a quella che porto io da anni. Qui o sei cristiano, o ebreo o musulmano. È importante per loro definirsi, ricordarsi la propria identità; ma in questa divisione non ci sono, almeno tra i giovani, steccati interni. “Ciò che conta per noi è che siamo cristiani, non importa se cattolico, ortodosso o armeno” dice Elias “siamo così pochi che non possiamo essere divisi”. Le sue parole, in inglese, le traduco facilmente con un senso di responsabilità e di dialogo.

Il fascino dei luoghi santi, la forza di questi posti si assapora facilmente nelle comunità cristiane. La famiglia che ospita me e Mauro si mette davvero a disposizione, la casa non è grande, per fare spazio a noi loro accettano di dormire a terra in soggiorno. Continuano a ricordarci che dobbiamo sentirci a casa nostra, addirittura si offrono di lavare i nostri panni.

In effetti ho mentito al poliziotto del check-in, io ho degli amici palestinesi. Nella loro accoglienza si risolvono tutte le contraddizioni e le divisioni che ho visto a Gerusalemme, nella loro speranza leggo i segni di quel Dio che in Terra Santa continua a nascere, morire e risorgere.

In questo incontro, nella spiritualità del dialogo, della condivisione il frutto del mio pellegrinaggio. Sento che in qualche modo il Signore ha accompagnato i nostri passi, sento che proprio nelle piaghe della sua Terra Cristo è presente e traccia per ciascuno il sentiero per essere davvero operatori di pace, quindi beati.

Nicola

Terra che interpella

January 11th, 2008

“Bisogna avere una posizione chiara rispetto a Gerusalemme, non la si può attraversare senza esprimersi. Io penso questo: Gerusalemme è una città dura. Qualche volta durissima.”

Cammino in fretta per le strade di Gerusalemme e queste parole mi tornano in mente come un ritornello. Così descrive la sua città in uno dei racconti più famosi A. Yehoshua, che a Gerusalemme è nato e ha vissuto per molti anni, prima di abbandonarla per trasferirsi ad Haifa. Yehoshua descrive così Gerusalemme ma a me sembra di poter tranquillamente estendere queste parole ad ognuno dei luoghi che in questi giorni di cammino abbiamo attraversato e scoperto, in questa terra che non smette di affascinare ma al tempo stesso di interrogarci in profondità.

Non si può rimanere indifferenti davanti a quel muro insensato che toglie il fiato alla città di Betlemme, quel piccolo villaggio della Giudea che Dio ha scelto misteriosamente per realizzare il Suo disegno di salvezza. Osservo le colline che circondano Betlemme, avvolte dal silenzio nella loro semplicità, e mi sembra di poter immaginare con facilità il luogo in cui Gesù è venuto al mondo oltre 2000 anni fa. Ma la tenerezza del paesaggio si scontra ben presto con l’asprezza della condizioni di chi oggi abita questa città, di chi è costretto a costanti e ripetute privazioni, di chi paradossalmente è obbligato a chiedere un permesso (quasi sempre negato) anche solo per recarsi al lavoro, visitare un amico o un familiare, ricevere le opportune cure mediche.

Mi colpiscono soprattutto le storie di tanti giovani universitari a cui è impedito esercitare anche il più basilare diritto di scegliere quale ateneo o quale facoltà frequentare, il diritto a progettare liberamente il proprio futuro.

E poi l’impatto fortissimo con Gerusalemme. Basta allontanarsi solo di qualche chilometro da Betlemme per scorgerla, così bella e maestosa che quasi spaventa: la città Santa, ideale punto di convergenza di cristiani, musulmani ed ebrei. Eppure il luogo simbolo del popolo di Israele, il sito in cui Maometto è asceso al cielo e dove Gesù Cristo è morto e risorto è da sempre teatro di aspre divisioni. Toglie il fiato pensare che proprio nella città in cui Gesù ha portato a pieno compimento con la sua stessa vita il suo progetto di amore universale, più che in ogni altro luogo al mondo il suo messaggio sia stato travisato, frainteso e ridotto a un diritto di proprietà o ad una questione di status quo. E la “durezza” di questa città, il difficile percorso di riappacificazione e convivenza, appaiono evidenti in tutta la loro forza drammatica.

Eppure il fascino di questi luoghi santi perdura, a volte sommerso dai colori, dai suoni e dai profumi del suk o di qualche gruppo di turisti più chiassoso… ma è impossibile non percepire come qui Dio non abbia mai smesso di parlarci, di suscitarci domande profonde, di interrogare la nostra fede e di entrare con insistenza nella nostra vita. Quel Gesù che qualche giorno prima abbiamo contemplato bambino nella basilica della Natività, qui ci appare così glorioso e risorto attraverso l’immagine di un sepolcro vuoto, che è senso, principio e fondamento della nostra fede.

Mentre lasciamo Gerusalemme ci ritroviamo improvvisamente nel deserto. E ancora una volta mi vengono in mente le parole di un libro, questa volta di A. De Saint-Exupery: “Mi e’ sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…” Lascio allora risplendere dentro di me la luce di questi giorni e penso a come sarebbe bello portare questa luce nella quotidianità e nella semplicità delle nostre vite.

La ferialità dell’esperienza terrena di Gesù ci appare poi con evidenza non appena giungiamo a Nazareth: sperimentiamo così concretamente la scelta sbalorditiva di abitare per trent’anni alla periferia della storia, degli eventi.

Nazareth è anche il luogo in cui incontriamo più da vicino l’esperienza profetica di Charles De Foucauld, che qui visse per tre anni cercando di “fare suo il vivere di Gesù” e in cui maturò i frutti fondamentali della sua vocazione: la scelta del sacerdozio e la scelta di essere “fratello universale” tra gli uomini, vivendo tra le tribù nomadi musulmane, vero e proprio precursore di un dialogo interreligioso che ancora oggi appare così dolorosamente lontano dal suo compimento.

Nazareth è anche la città di Maria, che avevamo già contemplato nella dolcezza del Santuario della Visitazione di Ein Karen quale icona della sollecitudine, del servizio e della gratuità e che qui, nella sua terra, ci appare ancora più vicina, amica, sorella. Al tempo stesso Maria è simbolo ed espressione di tutte le madri che soffrono: madri ebree, cristiane, musulmane…unite semplicemente dall’esperienza del dolore in un paese attanagliato ancora da troppi e pesanti conflitti.

Penso allora che non sia possibile parlare di “pace” per questi luoghi ma piuttosto di “paci”, perché non esiste una soluzione univoca per lenire le ferite di una Terra che da secoli subisce divisioni e lacerazioni. Possiamo invece ricercare soluzioni molteplici, diverse, piccole esperienze di pace che quotidianamente, pur nel silenzio e nel nascondimento, continuano a far fiorire germogli di fiducia e di speranza. Non c’è una sola strada per la pace ma ci sono invece tanti sentieri percorribili per incontrarsi a metà strada, per riconoscersi e per riconciliarsi.

Si comprende allora in maniera davvero chiara quanto la fede sia profondamente incarnata nella cultura, sono aspetti che non possiamo separare soprattutto in questa Terra dove la propria identità è fortemente definita dall’appartenenza a un credo religioso.Per questo è ancora più necessario un grande sforzo di decentramento, la capacità di sospendere il proprio giudizio per entrare realmente in dialogo con l’altro pur senza mai perdere di vista e rinunciare alla propria preziosa identità. Solo così, nella tensione costante alla pace nelle piccole scelte quotidiane la diversità dell’altro comincerà a non apparire più come un ostacolo o una minaccia ma come un valore, un diritto, una risorsa.

Realmente allora è impossibile attraversare questa terra senza esprimersi, senza lasciarsi interpellare, senza stupirsi di fronte alle antinomie che la abitano ma che contribuiscono al tempo stesso a tratteggiare il suo fascino misterioso, la sua bellezza, la sua unicità e il suo profumo intenso e irresistibile di santità.

Silvia