L'arca di Noè
di giadis
Che brutto tempo, fuori. Diluvia a più non posso. L’arca ondeggia, indietreggia, parcheggia tra le onde. Giù, nella stiva, festeggia. Un gran casotto di gente, tutta di Ac. Si trovano bene, insieme. Una comunità festante, sorridente, presa tra discussioni e schitarrate, cori spiritual e compieta. Vedo, di nascosto, il volto sorridente di Vittorio Bachelet e don Costa, quello giovanile di Pier Giorgio Frassati, quelli arcigni di don Lorenzo Milani e don Mazzolari. E poi Giorgio La Pira e Giuseppe Lazzati che stanno su un inginocchiatoio a parlare dei profeti Isaia, Giobbe e dell’apostolo Giovanni, Armida Barelli che spiega a Giuseppe Dossetti quanto erano forti e belle le donne di allora, Carlo Carretto che mi sussurra in un orecchio, “ma, come, Veltroni inizia la sua campagna elettorale nella mia Spello e poi nemmeno un deputato cattolico democratico eletto…”, e ancora, Paolo VI che abbraccia Aldo Moro che a sua volta mi grida all’altro orecchio, “dopo di me, Berlusconi…”, e Giovanni XXIII che cerca i documenti del Concilio Vaticano II dispersi a causa del grande vento che c’è a bordo. Ragazzi, che bella gente. Quasi quasi preferisco che la pioggia continui. A dir la verità, come spesso succede qui dalle parti nostre, c’è qualche imbucato.
Un classico. Un paio di immigrati clandestini, due poveracci che non arrivano alla fine del mese, almeno una decina di precari, una prostituta, tre senza fissa dimora. Tutta gente che andava a genio al nostro Salvatore, intendiamoci. Poi, ovviamente, abbiamo scoperto venti “imbucati” del fisco, quelli che non pagano le tasse, chissà perché sono sempre di più. Ma penso li abbiano già buttati a mare: qui, nell’arca, non sono ammessi i traditori della città dell’uomo. Insieme a questa umanità dolente e sorridente, ci sono anche tutti quelli che sono scampati all’evento del secolo, la XIII assemblea dell’Azione cattolica. In particolare gli impiegati del centro nazionale, prima ancora dei delegati. Perché loro stanno sudando sangue da un mese. Non ricordo tutti i loro nomi, ma li vedo lì, al lavoro. Un enorme cubo roteante è messo in mezzo alla stiva, è la nuova dimensione estetica dell’editrice Ave, una meraviglia. Sono riusciti a salvare i libri e portarseli dietro, ma qui, in mezzo all’umanità del mondo, hanno scoperto idee nuove. Che bravi, questi dell’Ave. Peccato che sul cubo roteante si parli solo di “alcuni” libri e non si nomini il mio (A tavola con Dio, e vabbè, se non ci facciamo pubblicità da soli!).
Ma che volete, questa è la vita. Gli uomini giocano a tressette, ma le donne si danno da fare, come sempre. Maria Pia (la silenziosa) si è portata dietro una vecchia Olivetti e continua a scrivere, cosa, non so; Cinzia e Petra (le acculturate) mettono a posto i libri che naturalmente cadono a ogni squillar di onde; Gabriella (la bionda) accende per tutta la sala incensi tibetani ed è in ascesi continua; Stefania (la pugliese) si continua a chiedere chi è lo sponsor della nave; Emanuela (la giovin sposa) guarda fuori dall’oblò e pensa seriosa alla sua casa dei Castelli Romani, mentre Beatrice (la puerpera) sta aspettando, a momenti, che nasca questo benedetto figlio, e Isabella (la giunonica), apparecchia la tavola come una massaia del sud. E’ un via vai di gente: Katia (la poetessa) fa snow board sul ponte declamando al vento e alla pioggia versi di un autore ungherese sconosciuto; Cristiana (la mamma) è abbracciata a suo figlio mentre gli canta una canzone di Ramazzotti, Cristina (la svedese) non sopporta vedere un bicchiere fuori posto, Rosella (la campagnola) offre il suo vino e il suo olio con gaiezza. Poi, di lato, un po’ silenziosa, Serena (l’artista) immagina, cammina, cuce, rattoppa, inventa. E aspetta.
Al ponte, pochi uomini. Cerco di dare una rotta alla nave, ma è difficile. E’ tempo di scendere giù, e attendere le stelle.


